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In un recente libro di Stefano Boeri (L’anticittà, Laterza 2011) alcune interessanti riflessioni  circa i nuovi paradigmi che dovrebbero ispirare le trasformazioni urbane in Europa nel prossimo futuro.
Negli ultimi due capitoli in particolare vengono delineati i principi di un’etica urbana non antropocentrica (p. 108) come strumento per il governo della città e di contrasto alle tendenze dissipative, di omologazione e disintegrazione dello spazio-città (da cui l’Anticittà del titolo).
La riflessione parte dalla constatazione che le tre sfere di paesaggio (che si possono per sommi capi individuare con i termini città, campagna e natura) sono per larga parte reciprocamente compromesse ossia manca un confine netto che le separi e le definisca per contrapposizione. La sfera urbana è esplosa in mille frammenti inglobando parti di territorio coltivato e lacerti di spazi “naturali”. Il paesaggio della città contemporanea ha caratteri ibridi, bordi continuamente ripiegati su se stessi, territori “contaminati”: l’idea di recuperare l’unità perduta, la forma originaria è sia pateticamente nostalgica che irrealizzabile nella pratica.
A questo confuso amalgama di paesaggi indifferenti, sovrapposti e inglobati l’uno nell’altro si aggiunga l’incertezza del futuro legata alla crisi in atto (crisi del modello di sviluppo oltre che di ciclo economico), della mancanza di ambizioni progettuali di grande respiro, della mancanza di un coordinamento degli impulsi individualistici “dal basso”.
Insomma, la sorte dell’Europa nella geopolitica planetaria si gioca anche a livello del territorio, come sistema di città: gli spazi dotati di una condizione transitoria possono aiutare a introdurre varietà funzionale e biodiversità organica nella matrice storica dello spazio europeo (p. 107).
Ma per fare questo è necessario che considerazioni di ordine etico/filosofico entrino a fare parte del bagaglio di competenze di chi si occupa di progettare le trasformazioni del territorio abitato. Le emergenze ambientali, l’incremento demografico, l’urbanizzazione estensiva, la distruzione delle risorse naturali, i cambiamenti climatici etc… tutte questo ci impone di considerare un modello di pensiero che si occupi non solo delle esigenze della nostra specie ma piuttosto parta dalla considerazione delle esigenze di protezione e sviluppo delle altre specie animali e vegetali, in una visione più ampia del futuro del pianeta che abitiamo.
Un modello di pensiero non antropocentrico, ispirato forse ad un’etica tendenzialmente antispecista (anche se di antispecismo non si fa esplicito riferimento nel libro), che non abbandona l’uomo ma lo posiziona in un ordine in cui non è più al centro o sul piedistallo, pur essendo investito di maggiori responsabilità e doveri, in relazione alle conseguenze delle azioni di cui è capace, verso sé stesso e il pianeta.
Siamo tuttavia d’accordo con l’autore che la condizione umana è il vero (se non il primo)  banco di prova di questa nuova etica. La metropoli contemporanea è infatti il luogo della esacerbazione delle energie che spingono alla catastrofe ecologica e al suicidio di specie, il teatro degli squilibri e delle ingiustizie sociali che attraversano la popolazione umana (p. 109). Tuttavia riflettendo sulla convivenza e coabitazione nello stesso territorio di specie diverse, l’obiettivo ambizioso è quello di ridefinire e mutare i rapporti umani intraspecifici.
L’autore elenca anche tre possibili dispositivi attraverso i quali questa nuova etica potrebbe attivarsi. Li elenchiamo brevemente, rimandando alla lettura del testo: la rinaturalizzazione dei territori urbanizzati (demineralizzazione del costruito e creazione di surplus energetici attraverso le energie rinnovabili), l’incremento di biodiversità animale con la coabitazione di specie diverse, e una biopolitica urbana delle relazioni umane che superi le usurate antinomie (centro-periferia, pubblico-privato, etc…) per governare le popolazioni urbane in maniera evolutiva e non statica, per esempio considerando i fenomeni migratori come generatori di vincoli e opportunità  e non come fattori di rischio sociale.
L’emergenza ambientale è ormai cosi avanzata da non essere risolvibile solo tramite politiche centralizzate e settoriali: l’idea di costruire edifici “verdi” non è certo nuova, le possibilità tecniche sono ormai ampiamente consolidate; nuova è la responsabilità individuale di ripensare il rapporto tra città e natura, in cui la componente “sostenibile” (tecnologia o economica) diventi catalizzatore di nuova socialità, incontro e prossimità per i cittadini, per far nascere nuovi luoghi urbani condivisi.
L’alternativa alla città estensiva e frammentata che conosciamo è una città rigenerativa, una città che cresce su sé stessa, che opera per densificazione piuttosto che per estensione (p. 137), una modalità non nuova nella storia europea. In questo ritorno alla “tradizione” della città europea, anche l’agricoltura deve cambiare:  i terreni agricoli periurbani dovranno svolgere un ruolo cruciale per l’economia urbana, diventando spazi attivi e vivibili, in grado di produrre diverse coltivazioni di qualità e di ospitare la più ampia biodiversità (p.138).
In conclusione, riteniamo particolarmente interessanti le riflessioni di Boeri nel libro sopra citato (di cui consigliamo vivamente la lettura) in quanto gettano un ponte tra i discorsi sulla sostenibilità urbana e ambientale e le filosofie o movimenti di pensiero ambientalista più “avanzati” e “trasversali” quali quello antispecista, proponendo un vero e proprio mutamento di paradigma non solo delle discipline urbane ma della coscienza, della politica, dell’estetica, dell’azione pubblica e privata in Europa.